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Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer

21 settembre 2020

Il 21 settembre è la giornata celebrativa istituita nel 1994 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimers Disease International (ADI).  

La malattia di Alzheimer è la più comune forma di demenza, ovvero perdita significativa di alcune funzioni mentali (memoria, linguaggio, intelligenza, capacità di controllo del comportamento, orientamento spaziale, attenzione ecc.) che ha ricadute sulle attività della persona determinando perdita di autonomia con il passare del tempo. 

Parliamo di questa malattia con i nostri due dottori che si occupano presso Clinica San Martino a Malgrate, del Centro Disturbi della Memoria: il Dr. Giuliano Sozzi Medico Neurologo e la Dr.ssa Danila Beltrame, Neuropsicologa e Psicoterapeuta. 

Dr. Sozzi, come si manifesta la Malattia di Alzheimer? 

È la forma più comune delle demenze, condizioni in cui vengono perse gradualmente le principali funzioni cognitive, come la memoria, il linguaggio, le idee. 

Non si conoscono con precisione le cause, di certo si osservano lesioni delle cellule cerebrali (neuroni) verosimilmente dovute ad accumulo di proteine anomale che provocano un danno irreversibile e progressivo. 

In base alle ragioni cerebrali in cui il processo inizia, si osservano diverse modalità di esordio. 

La più comune è lamnesia per i fatti recenti, quindi con l’impossibilità di fare nuovi ricordi, ma con la conservazione dell’accesso ai ricordi già archiviati. Altre modalità sono con la difficoltà a collocare nel tempo gli avvenimenti vissuti, oppure con la marcata difficoltà a trovare i nomi di oggetti o di persone, o ancora con la percezione anomala di voci o suoni inesistenti nella realtà (allucinazioni). 

Dr.ssa Beltrame, che ruolo ha la Psicologia nella valutazione del paziente affetto da questa malattia? 

La valutazione neuropsicologica ha l’obiettivo di identificare, descrivere e quantificare i deficit cognitivi del paziente. 

È la disciplina che studia i processi cognitivi e comportamentali e i meccanismi anatomo-fisiologici correlati al loro funzionamento. 

Nell’ambito del deterioramento cognitivo diventa quindi fondamentale, per giungere ad una diagnosi il più possibile precisa ed accurata, sottoporre il paziente ad una valutazione delle varie funzioni cognitive (la più conosciuta, la memoria, ma sicuramente e non meno importanti anche l’attenzione, il linguaggio, le capacità logiche, abilità prassiche, …), valutazione effettuata attraverso l’utilizzo di test neuropsicologici standardizzati. 

Lo scopo è stabilire quando le eventuali defaiances cognitive rilevate debbano essere attribuite ad un invecchiamento sano, in salute, e quando invece debbano essere considerate un campanello d’allarme rispetto ad un funzionamento precedente. 

Di fondamentale importanza risulta individuare la forma pre-clinica della demenza, tecnicamente chiamata MCI (Mild Cognitive Impairment), quel quadro clinico di confine che potrebbe evolvere in una ipotetica demenza. Ecco quindi che la diagnosi precoce risulta importante per intercettare i primi segni di un possibile decadimento cognitivo lieve. 

La valutazione neuropsicologica si avvale di test specifici che possono essere di screening (il più conosciuto denominato MMSE), ma è attraverso la somministrazione di test più specifici, di secondo livello, e mirati che si giunge alla definizione di un quadro che sia effettivamente aderente alla situazione che il singolo paziente riporta nella sua storia clinica.  

Accanto a ciò, estremamente importante è il ruolo assunto dal colloquio psicologico (oltre che il sostegno psicologico al paziente anche quello rivolto al caregiver, con indicazioni rispetto ai servizi territoriali esistenti) e, nell’ambito più applicativo della neuropsicologia, il ruolo rivestito dal potenziamento cognitivo rivolto alle persone che non hanno significativi deficit ma che vogliono fare prevenzione, o dalla riabilitazione cognitiva per chi presenta già alcuni deficit settoriali. 

Con i training cognitivi ci si avvicina al paziente attraverso una modalità di intervento tipica dell’approccio riabilitativo cognitivo. Si propongono cioè al paziente degli esercizi carta-matita e/o computerizzati con l’obiettivo di prevenire l’insorgenza di decadimento cognitivo potenziando le abilità mnesiche, attentivo-esecutive, linguistiche, di problem solving oppure ancora di migliorare la qualità di vita e il benessere della persona tenendo conto delle limitazioni e delle risorse disponibili. 

Il potenziamento di quelle funzioni cognitive più vulnerabili al decadimento (accanto alla già citata memoria anterograda ovvero la difficoltà a formare nuovi ricordi, per esempio, spesso decade l’accesso al lessico, con la difficoltà a ricordare i nomi di persone o di oggetti pur in presenza dell’immagine e dei concetti corrispondenti, decade la possibilità di collocare gli eventi nel tempo, sia quelli autobiografici che quelli storici vissuti) con esercizi mirati, consente di costituire una “riserva cognitiva” che di per sé non è in grado di prevenire l’eventuale malattia ma ritarda la comparsa dei disturbi clinici, mantenendo più a lungo una miglior qualità di vita. 

Dr. Sozzi, qual è l’iter diagnostico per accertare l’insorgenza della malattia? 

La diagnosi si avvale dello studio delle funzioni cognitive (con test neuropsicologici) abbinato ad indagini sulla morfologia dell’encefalo (TAC o Risonanza Magnetica Nucleare) o eventualmente dello studio del metabolismo cerebrale con tomografia a emissione di positroni (PET), e con esami ematici generali accanto ad alcuni più mirati. 

Esistono alcuni test genetici per le rare forme ereditarie, con esordio intorno ai 50 anni, come quello per il gene della presenilina 1 e 2. 

Esistono, ad oggi, terapie? 

Non esiste ancora una terapia specifica in grado di modificare la malattia e la sua evoluzione, tutti i farmaci che si utilizzano hanno azioni clinicamente irrilevanti, compresi quelli approvati dal Ministero della Sanità e prescritti prevalentemente nell’ambito delle Unità Valutazione Alzheimer (UVA). 

Esistono invece farmaci incisivi sugli eventuali disturbi associati, come la depressione, le allucinazioni, i deliri e i disturbi comportamentali.  

In mancanza di cure specifiche, l’attenzione deve rivolgersi alla possibilità di prevenzione e su questo fronte ci sono fattori di rischio accertati e modificabili da ogni individuo o dalla comunità (Dementia prevention, intervention and care: 2020 report of the Lancet commission), i principali sono: 

  • la ipertensione arteriosa 
  • il fumo di sigaretta 
  • il diabete mellito 
  • l’obesità 
  • la sordità 
  • l’eccessivo consumo alcolico 
  • l’inattività intellettiva 
  • l’inattività fisica 

a questi si aggiunge ultimamente l’inquinamento ambientale.  

Modificando favorevolmente questi fattori si hanno buone probabilità di ridurre il rischio della malattia, di ritardarne la comparsa e di rallentarne l’evoluzione. 

Grazie al Dr. Sozzi e alla Dr.ssa Beltrame per aver risposto chiaramente ed esaustivamente alle nostre domande.

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